Tacconi (PD): finalmente libero di guardare al futuro, il PD Svizzera riprenderà un posto di primo piano in Europa

Qualche giorno fa è arrivata la comunicazione con cui alcuni esponenti del PD in Svizzera hanno reso pubblica la loro scelta di abbandonare il partito.

Ma per fortuna di chi è rimasto, non si può sentire la mancanza di qualcosa che già non c’era.

Negli ultimi anni, la presenza fisica e politica dell’ex dirigenza in Svizzera è stata infatti talmente flebile da non poterla certo rimpiangere. Non si ricorda alcuna iniziativa recentemente organizzata e gestita centralmente dalla dirigenza del PD Svizzera; al contrario, il grande lavoro svolto sui territori è stato unico merito dei circoli e dei loro membri. A causa dell’inettitudine della segreteria elvetica, il numero di tesserati PD della Federazione Svizzera è andato costantemente diminuendo fino a perdere il primato, da sempre posseduto, di Federazione più grande in Europa. Infine, per timore di perdere quei pochi feudi di potere ancora rimasti, la segreteria svizzera ha congelato il rinnovo di molti circoli, previsto dallo Statuto interno nell’autunno 2017, confermando ancora una volta la gestione padronale e personalistica degli organi democraticamente eletti del partito all’estero.

È dunque paradossale come gli stessi personaggi che ora accusano di immobilismo il Partito Democratico, siano gli stessi che in Svizzera hanno fatto politica in maniera autoreferenziale e del tutto improduttiva e che, proprio grazie al PD, hanno potuto assumere ruoli di responsabilità nei Comites e nel CGIE.

Se poi si analizzano sia il tempismo che le ragioni della loro uscita, le incoerenze aumentano.

Per prima cosa, nelle dichiarazioni dei dimissionari si fa riferimento a una “incapacità (del PD) di dare risposte a coloro che riprendono la strada dell’emigrazione”, in netto contrasto con le disposizioni approvate nelle stesse ore dalla legge di bilancio 2018. Al contrario di quello che viene affermato, questa legge di bilancio è stata una tra le più attente alle esigenze e alle problematiche delle comunità italiane oltre confine, con l’aumento a 360 gradi degli stanziamenti del Governo per nuove assunzioni di personale nelle ambasciate e nei consolati (100 unità di personale a contratto e 150 di ruolo), a favore degli organi di rappresentanza (Comites e CGIE, 2.227.962 e 1.007.500 Euro rispettivamente), degli enti gestori dei corsi di lingua e cultura italiana (13.895.707 Euro), delle camere di commercio all’estero (8.765.182 Euro) e della stampa italiana all’estero (3.000.000 Euro).

Si invoca poi un presunto “mancato rispetto degli organi democraticamente eletti” insieme ad una “assoluta delegittimazione dell’Assemblea Estero”, rimasta bloccata in passato soltanto per i veti arrivati proprio dall’area della minoranza interna, a cui appartenevano tutti i dimissionari.

Infine, questi personaggi accusano gli organi dirigenti del PD di presunti “atteggiamenti sbagliati”, soprattutto in riferimento alla legge elettorale approvata recentemente dal Parlamento e agli inevitabili compromessi che l’hanno accompagnata. Evidentemente, essi considerano, invece, lo strumentale abbandono del Partito un atteggiamento maturo e responsabile come lo è stato il loro operato dirigenziale fino ad ora, incluso l’aver contribuito in maniera più o meno attiva alla sconfitta del referendum del 4 dicembre 2016.

Ai loro occhi, un partito che ha faticosamente portato a compimento riforme che il nostro Paese aspettava da decenni, nonostante i difficili equilibri politici, non è idoneo alla loro presenza. E almeno in questo ci troviamo d’accordo.

Ciò che rende questa mossa ancora più sospetta è che solamente pochi giorni fa, durante l’Assemblea Nazionale del PD Svizzera, tenutasi a Berna lo scorso 26 novembre, questi stessi individui avevano espresso soddisfazione per i risultati raggiunti dal PD in questa difficile legislatura, lodandone il serio lavoro a livello parlamentare e di governo, senza nemmeno accennare alcuna critica sulle dinamiche interne o esterne.

Il tempismo di questo insignificante ammutinamento fa, dunque, sorgere fondati sospetti sulle sue reali ragioni, che potrebbero nascondere il tentativo studiato a tavolino dai più ambizioni di accaparrarsi qualche posizione di rilievo nelle fila di una nascente formazione politica. L’auspicio è che, nella loro nuova collocazione, si rivelino tanto produttivi quanto lo sono stati per lunghi anni all’interno del Partito Democratico.

Per quanto mi riguarda, continuerò a lavorare per rafforzare la struttura del partito in Svizzera e affiancarla alla struttura nazionale nello sforzo riformatore già iniziato in Italia e in Europa. Insieme ai membri svizzeri in Assemblea Estero e a tutti i circoli e tesserati, sapremo affrontare con l’entusiasmo di sempre il prossimo appuntamento elettorale nazionale, riprendendo il cammino per imporsi nuovamente come unica forza politica in grado di rappresentare e difendere le istanze delle nostre collettività italiane residenti oltre confine.

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